
Ricordo che quando ancora andavo a scuola i giorni dal 26 al 30 Dicembre erano fra i miei preferiti dell’anno. Non c’era il caos dei due giorni di festa comandata ma solo la tranquillità della vacanza unita al brivido d’attesa per il nuovo anno, insito nell’ingenuità di allora, che unito a qualche gradito film natalizio costruiva tutto sommato una cornice gradevole. Ci si accontentava di poco, all’epoca.
Inutile dire che adesso siamo ben lontani da quei fanciulleschi trastullamenti. E anche la fase “non festeggio perché voglio fare l’alternativo” è da tempo (purtroppo!) superata. Il tempo passa, sai che incredibile novità, e ora come ora il cambio di data più significativo è davvero l'ultimo dei miei pensieri. Cosa dire del 2011? Niente di rivoluzionario, nulla di nuovo. Solo il muto sconcerto e la consapevolezza amara di quanto siano inutili ormai parole e spiegazioni sul comportamento del genere umano visto dal mio personalissimo bunker fisico e morale. Il TG parla dell’ennesimo homeless morto di freddo, e tutti magari si sentono un po’ in colpa: è decisamente paradossale spedire il tuo bravo SMS da due euro a favore della ricerca sul cancro e poi avere un uomo morto congelato sotto la tua finestra, ma tant’è, siamo troppi, dicono, e i “troppi” sono sempre quegli altri. Barboni, stranieri, sbandati. Poi in fondo avrebbe potuto “cercarsi un lavoro” o cose simili. Fortuna che il TG ora parla di come si prepara il panettone tradizionale, e di cosa mangeranno gli italiani al cenone, e il tiepido senso di colpa è bello che gettato via assieme allo zampone che bolle in pentola.
L’hanno chiamato “l’anno dello spread”, figuriamoci. Che sfrenata fantasia! Già dimenticate la farsa-Osama, la distruzione di un Paese come la Libia che dista un baffo dalle nostre coste, le proteste di piazza, la guerra con l’Iran e con la Siria alle porte, le devastazioni in Liguria e Sicilia, i fascisti che sparano a casaccio in piazza, varie ed eventuali. Bisogna solo tornare a pensare al proprio orticello, sperare che “la crisi” e i suoi derivati diventino solo un brutto ricordo, che si torni alla tranquillità (!!!) di prima. Gli schiavi chiedono di poter continuare almeno ad esserlo, i vichinghi si esibiscono in folkloristiche proteste, i tecnici e i banchieri fanno quello per cui sono pagati: in fondo va tutto come previsto, è assolutamente irragionevole per chiunque pensare che l’attuale sistema produttivo possa essere messo in discussione. Parlano di “crescita” non rendendosi conto che è già impossibile allo stato delle cose avere una stabilità. Produrre e consumare, consumare e produrre, cambiare un telefono all’anno e una macchina ogni tre, solo così si può andare avanti in un libero stato democratico capitalista. Lavorare fino a 70 anni, in modo che i “nostri figli” (ma teneteveli pure voi, per carità!) possano lavorare fino a 72 e lamentarsi al bar della benzina a 1,7 euro: questo è il massimo della rivoluzione ammessa. Fino a quanto può durare? Questo non importa, lo spumante è già in frigo.
Di quest’anno tutto sommato da dimenticare al più presto vorrei ricordare due persone che se ne sono andate.
Una è Lucio Magri, che ha fatto una scelta personale (non la definisco “coraggiosa”) che andrebbe solo ed unicamente rispettata. Ovviamente i vari Travaglio e compagnia si sono permessi di sezionarla, giudicarla e dulcis in fundo bocciarla dall’alto dei loro editoriali, mentre i cattolici e le loro idiozie farneticanti non li cito nemmeno più. Per chi ciancica di libertà, da destra o da sinistra, resta inaccettabile l’unica libertà che dovrebbe mettere d’accordo tutti, quella che riguarda la propria vita, ed il diritto sacrosanto di interromperla senza sofferenze, come ha fatto Magri.
L’altro è Vittorio Arrigoni, e non mi va di aggiungere su di lui altre parole oltre a quello che scrissi a suo tempo. Non amo i “miti” e gli “eroi”, non più almeno, ma nel sorriso di quell’uomo, nelle parole che scriveva, nel suo coraggio che purtroppo non avrò mai trovo ancora oggi forse l’ultima disperata spinta per andare avanti, nonostante tutto quello che vedo, che sento, nonostante il vomito e la disperazione che mi provoca il quotidiano che mi circonda.
Ma anch’io, come tutti, Domenica mattina mi metterò in cammino, per l’ennesima volta. Un altro anno è alla finestra e piaccio o no quella finestra bisogna aprirla. Buon anno, per quello che vale.
4 commenti:
..anche a te Red, anche a te....
cheers, and happy new fear (come dice qualcuno)!
"L'anno che sta arrivando
tra un anno passerà.
Io mi sto preparando;
è questa la novità"
(L. Dalla)
Tra le persone andate nel 2011 ricorderò anche Socrates, un calciatore colto (quasi una contraddizione in termini)
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